InMare: un esempio virtuoso di acquacoltura biologica certificata nel ...

Cosa vedremo in questo articolo

Il mercato delle orate e dei branzini in breve

Sulla base dei principali dati contenuti nell’ultimo report 2025 dell’Osservatorio europeo del mercato dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura (EUMOFA), il mercato europeo di orate e branzini si conferma uno dei pilastri dell’acquacoltura mediterranea, ma anche uno dei comparti maggiormente esposti a tensioni competitive e strutturali. A livello UE, orata e branzino rappresentano complessivamente oltre il 20% del valore totale dell’acquacoltura marina, con una produzione fortemente concentrata in Grecia, Spagna e Italia.

Nel 2023, il settore ha mostrato segnali di rallentamento: la produzione europea di orata è scesa a circa 105.000 tonnellate (-2%), accompagnata da una contrazione del valore del 10%, dovuta principalmente alla riduzione dei prezzi medi (-7%). Il branzino ha invece mantenuto volumi più stabili, pur registrando una flessione del valore pari al 6%. Tra i fattori più critici emerge la crescente pressione delle importazioni da Paesi extra-UE, in particolare dalla Turchia, che coprono ormai circa la metà dell’offerta complessiva di orate e spigole sul mercato europeo. In un contesto caratterizzato da inflazione e crescente sensibilità al prezzo, questa dinamica ha favorito fenomeni di down-trading, penalizzando le produzioni europee a più alto costo (Fonte: EUMOFA 2025).

Nel contesto italiano, tali criticità risultano ancora più marcate. Secondo il “Report annuale 2024 di BMTI“, basato sui dati dei mercati all’ingrosso e dei contratti telematici, l’Italia conferma una forte dipendenza strutturale dalle importazioni, che nel 2024 hanno superato il milione di tonnellate (+7,1% in volume), per un valore complessivo oltre i 7,5 miliardi di euro. Parallelamente, le esportazioni italiane di orate e spigole hanno registrato una crescita significativa (+17,2% e +39,5% in volume), evidenziando un buon posizionamento qualitativo del prodotto nazionale sui mercati esteri (Fonte: BMTI 2024).

Sul fronte dei consumi interni, i dati EUMOFA, mostrano un andamento divergente: nel 2024 i consumi domestici di orata in Italia sono scesi a circa 27.000 tonnellate (-11%), mentre quelli di branzino sono cresciuti a oltre 14.000 tonnellate (+8%), configurandosi come una delle poche specie in controtendenza. Questo avviene in un quadro generale di riduzione dei consumi di pesce fresco, che tra il 2020 e il 2024 hanno registrato un calo complessivo di circa il 26% in volume.

Il segmento biologico, pur rappresentando un elemento distintivo e strategico, rimane ancora una nicchia di mercato: a livello europeo incide per circa l’1,5% dei consumi di prodotti ittici non trasformati, mentre in Italia la quota si ferma allo 0,7%. Tuttavia, il nostro Paese si colloca tra i principali produttori europei di acquacoltura biologica, con oltre 22.000 tonnellate prodotte nel 2022, a testimonianza di un potenziale di crescita ancora ampiamente inespresso sul mercato interno (Fonte: EUMOFA 2025).

Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un settore in equilibrio instabile: da un lato una domanda sempre più orientata al prezzo e una concorrenza estera aggressiva, dall’altro una produzione italiana ed europea che individua nella qualità, nella sostenibilità e nei modelli di allevamento più avanzati – come il mare aperto e il biologico – le principali leve per difendere valore, identità e competitività nel medio-lungo periodo.

È proprio in questo scenario che si inserisce l’esperienza dell’azienda InMare dei fratelli Reho, esempio di imprenditoria familiare applicata all’acquacoltura moderna, capace di coniugare visione industriale e rispetto del mare come ecosistema da tutelare, e non solo come risorsa da sfruttare. Un modello di filiera corta, trasparente e orientata alla qualità, in cui il legame tra territorio, produzione e mercato diventa un autentico fattore distintivo.

Dove nasce InMare

InMare” è una realtà imprenditoriale italiana nata nel 2005 dall’iniziativa dei fratelli Reho, che ha scelto di investire nella maricoltura come modello produttivo capace di coniugare qualità, rispetto dell’ambiente marino e valorizzazione del territorio. L’azienda opera nel Salento, al largo di Gallipoli, in un’area caratterizzata da acque aperte e ben ossigenate, condizioni considerate fondamentali per garantire il benessere animale e un’elevata qualità del prodotto finale.

I pesci crescono in grandi gabbie posizionate a diversi chilometri dalla costa, dove le correnti naturali favoriscono un nuoto continuo e una struttura muscolare compatta, con effetti positivi sulle caratteristiche organolettiche. L’alimentazione è controllata e studiata per accompagnare una crescita equilibrata, nel rispetto di standard produttivi rigorosi.

Accanto alla linea di produzione convenzionale, InMare ha sviluppato anche una linea biologica, ottenendo la certificazione ICEA per l’allevamento ittico biologico di orate e branzini. Nel 2020 l’azienda ha inoltre conseguito il riconoscimento del sistema di qualità “Acquacoltura sostenibile” per il proprio impianto produttivo, a conferma di un percorso strutturato orientato alla sostenibilità ambientale, al benessere animale e alla responsabilità di filiera.

Accanto alla fase di allevamento, InMare ha sviluppato una filiera integrata che comprende anche la lavorazione e la commercializzazione del prodotto. Oltre al pesce fresco, l’azienda propone anche una linea di prodotti lavorati e semifiniti, pensati per rispondere alle esigenze della ristorazione e della distribuzione specializzata.

In questo articolo della rubrica di Eurofishmarket dedicata ai protagonisti della filiera ittica italiana, abbiamo scelto di intervistare uno dei protagonisti dell’azienda “InMare”, l’amministratore Aldo Reho, che ci ha raccontato da dove ha origine questo ambizioso progetto, la loro esperienza, la passione per questo mestiere dove le sfide e i rischi di certo non mancano oltre gli obiettivi per il futuro.

Gentile Dott. Reho, da dove nasce la passione dei fratelli Reho per il mare e per l’acquacoltura? È una tradizione di famiglia o una scelta imprenditoriale maturata nel tempo?

No, non è una tradizione di famiglia, siamo figli di insegnanti elementari, con un background completamente distante sia dall’acquacoltura sia, in generale, dall’attività imprenditoriale. Fin dall’inizio siamo stati orientati verso un percorso di studi di tipo professionale: io sono dottore commercialista, poi “convertito” all’acquacoltura, uno dei miei fratelli è avvocato e, allo stesso modo, tutti abbiamo seguito un percorso accademico finalizzato a professioni qualificate, non necessariamente all’impresa.

L’idea di avviare un’azienda nel settore dell’acquacoltura è maturata verso la fine degli studi universitari. È nata dal desiderio di costruire qualcosa di nostro, di valorizzare il territorio e di creare opportunità di lavoro, ma anche dalla volontà di misurarci concretamente con un progetto imprenditoriale. Abbiamo scelto l’acquacoltura perché, all’epoca, nella nostra area non esistevano realtà analoghe, se non una sola azienda di proprietà statale.

Da privati e ancora molto giovani, abbiamo quindi deciso di inseguire questo progetto, costruendo la nostra realtà passo dopo passo. Il percorso è stato lungo e complesso: solo dal punto di vista burocratico sono stati necessari circa dieci anni, tra autorizzazioni amministrative, concessioni demaniali e ricerca delle risorse finanziarie, considerando gli investimenti significativi richiesti.

Nel 2005 si è concluso l’iter sia burocratico sia finanziario e abbiamo potuto finalmente avviare l’attività, dando inizio a questa avventura imprenditoriale in mare aperto.

Quando avete capito che l’allevamento in mare aperto poteva rappresentare il futuro della vostra azienda?
Ricordo che vent’anni fa, perché noi parliamo di vent’anni fa, era tutt’altra cosa! Oggi si parla molto di acquacoltura e di maricoltura, ma allora il termine acquacoltura era poco utilizzato e quello di maricoltura, di fatto, non esisteva nemmeno come concetto. Già in quel periodo, però, noi avevamo scelto una strada diversa, intervenendo direttamente in mare aperto.

Ancora oggi, in tutta Italia, le aziende che operano realmente in mare aperto sono forse due o tre. Immaginare una scelta del genere vent’anni fa era quindi ancora più complesso e controcorrente. Avevamo però compreso che quello rappresentava il modello di sviluppo più coerente: il mare aperto era, ed è tuttora, l’ambiente più naturale per l’allevamento del pesce.

Per noi fu anche una scelta obbligata. Avevamo tentato inizialmente di avviare l’attività a terra, ma non ottenemmo le necessarie autorizzazioni. Il mare rimase quindi l’unica possibilità concreta.

Quando abbiamo iniziato, Internet era praticamente inesistente. Questo approccio lo abbiamo scoperto grazie a una rivista internazionale inglese, Fish Farming, che raccontava l’esperienza degli impianti in mare aperto in Norvegia e alcuni tentativi sperimentali avviati in Italia, dei quali oggi non resta traccia. Ricordo ancora la sorpresa: “Gabbie di allevamento in mare aperto?”. Da lì è nata l’idea di sviluppare l’azienda proprio in questa direzione, che nel tempo si è rivelata una scelta lungimirante.

Quali sono le specie ittiche da voi allevate e qual è il ciclo produttivo medio per ciascuna?

Alleviamo spigole, orate e ombrine. Il ciclo produttivo è leggermente inferiore ai due anni per le orate, circa due anni per le spigole e le ombrine le portiamo a un peso di almeno 4-5 kg, quindi hanno circa 3 anni e mezzo.

Quali vantaggi tecnici e di prodotto derivano dall’allevamento in mare aperto rispetto ad altre tipologie di allevamento?

Intanto il pesce vive a largo, quindi hai tanto spazio, mare a disposizione, e dunque densità bassissima, sempre super ossigenato, sempre in movimento, anche perché c’è la corrente. Questi sono grandi vantaggi anche dal punto di vista del benessere animale, proprio per l’aspetto biologico di crescita del pesce che vive praticamente nella sua condizione naturale.

Inoltre, le vasche si trovano a 40 metri di profondità, quindi con ricambi continui, grazie alla corrente. Solitamente negli altri allevamenti invece capita che le condizioni siano più favorevoli per l’uomo ma meno per il pesce.

Quali sono, invece, i potenziali rischi o difficoltà operative che riscontrate con questa metodologia di allevamento?

Si pensi che ci abbiamo messo solo 10 anni per capire come fermare una struttura del genere in mare aperto, dal momento che, con le forti correnti marine, la struttura “camminava”, si muoveva.

Noi abbiamo avuto anche dei grossi danni nel passato, proprio per questo motivo. Per esempio, si sono rotti più volte gli ormeggi, non riuscivamo a bloccare la struttura. Ci sono anche difficoltà nel trasporto del mangime, del prodotto, ecc. I nostri allevamenti sono immersi nella natura e dobbiamo fare tutti i giorni i conti con questo aspetto.

L’azienda InMare ha ottenuto la certificazione ICEA di allevamento ittico biologico per la produzione di orate e branzini oltre che nel 2020 il riconoscimento per il proprio impianto del sistema qualità “Acquacoltura sostenibile”. Perché avete deciso di intraprendere questo percorso?

Prima di tutto per la gratificazione di aver conseguito un titolo importante, come la certificazione biologica, che identifica e riconosce un certo modus operandi e una determinata filosofia produttiva. È importante per noi e per l’azienda, ma anche per il territorio e poi mi sembra anche un buon bigliettino da visita per far vedere come lavoriamo e quali risultati abbiamo raggiunto. 

Delle ragioni, in breve, per motivare chi ci legge, sul fatto che sarebbe per loro vantaggioso acquistare un’orata o un branzino biologico rispetto a un prodotto convenzionale?

Intanto la sostenibilità di un prodotto biologico: le farine animali, contenute nel mangime, sono di provenienza biologica, così come provenienti da pesca sostenibile oppure dalla trasformazione, e quindi dal recupero, di scarti di pesce. Anche tutta la parte vegetale viene da una produzione biologica e garantita. Potrei riassumere che chi consuma un nostro prodotto bio sta scegliendo un prodotto sostenibile, naturale, di filiera trasparente e garantita.

Quali mercati apprezzano di più il vostro prodotto biologico? L’Italia o l’estero? E quali sono i canali di vendita più rilevanti oggi (GDO, horeca, export)?

Il nostro principale canale commerciale è l’Italia dove la vendita è mediamente ripartita tra GDO e Ho.Re.Ca. anche se, gradualmente, sta crescendo anche la richiesta da parte dell’estero.

Le specie allevate nella vostra realtà sono tra le più frequenti nel settore dell’acquacoltura: come riuscite a differenziare la vostra offerta ed aumentare la qualità percepita ed effettiva dei prodotti in un mercato così “affollato”?

Il nostro prodotto è molto apprezzato anche per la nostra trasparenza in quanto spieghiamo dove alleviamo e in che modo lo facciamo ma è lo stesso consumatore che, dopo aver consumato i nostri prodotti, continua a sceglierli nuovamente e ad apprezzarli moltissimo.

Devo inoltre sottolineare che è molto apprezzato anche dai bambini in quanto risulta molto gustoso, delicato e pulito.

Avete mai pensato di sviluppare linee di prodotto a valore aggiunto, come piatti pronti o filetti confezionati, per rendere più accessibile il consumo dei vostri prodotti?

Oltre il prodotto intero, già produciamo anche tranci, filetti, tartare e anche qualche sugo. Pensiamo che il presente e il futuro del nostro settore sia lo sviluppo di nuovi prodotti sempre più semplici da preparare e consumare. Duque partendo da una materia prima di pregio puntiamo a realizzare prodotti lavorati gustosi e di qualità.

Perché avete deciso di fare parte della rete dell’AMO italiano?

La rete dell’Amo ci aiuta a stare maggiormente connessi e ciò porta vantaggi per lo scambio di informazioni, ma anche per l’essere presenti sui media, di far valere le proprie connotazioni: e insieme è più facile. Il progetto “L’Amo” sposa a pieno la nostra visione dandoci la possibilità di comunicare meglio i nostri valori, la nostra sostenibilità, italianità, trasparenza. Crediamo sia per noi una grande opportunità di networking e sinergie con altri attori della filiera, dalla distribuzione fino alla ristorazione.

Quali sono le barriere principali o gli ostacoli, nazionali e internazionali, che riscontrate per l’espansione sul mercato? Quanto risulta insidiosa la concorrenza, specialmente estera? Che tipo di sostegno, secondo voi, occorrerebbe a questa filiera da parte delle istituzioni per renderla più competitiva sul mercato nazionale e globale?

Principalmente una fortissima importazione a prezzi bassissimi dall’estero. Si pensi che circa il 70/80% del pesce viene importato dall’estero, in particolare per le spigole e le orate l’importazione è fortissima. Ad oggi, secondo me, per quanto riguarda queste due specie di pesce, soltanto un decimo di tutto ciò che viene acquistato è italiano. Ma forse anche meno del decimo! È evidente che, in questo contesto, una quota rilevante degli acquisti si orienti verso il prodotto estero. Tale dinamica è legata a una crescente attenzione al prezzo, che porta spesso a privilegiare prodotti a basso costo e, di conseguenza, di provenienza non nazionale. In questo scenario, il prodotto italiano rischia di essere penalizzato, perdendo competitività e accessibilità sul mercato.

Guardando ai prossimi 10 anni, come immaginate il futuro dell’acquacoltura italiana?

È probabile che l’acquacoltura italiana registri una crescita contenuta. Il settore sta attraversando un progressivo processo di concentrazione, con un peso crescente dei grandi gruppi e una riduzione dello spazio competitivo per le realtà medio-piccole.

In molti casi le strategie sono fortemente orientate alla massimizzazione dei margini nel breve periodo, più che a una visione di sistema. Questo potrebbe accentuare la dipendenza dall’estero e, al tempo stesso, favorire l’affermazione di pochi grandi operatori nazionali in grado di dominare il mercato, riducendo ulteriormente la pluralità dell’offerta e la concorrenza.

Quali messaggi ed elementi chiave vorreste che il consumatore finale ricordasse del vostro prodotto e come invitate a riconoscerlo e preferirlo rispetto ad alternative convenzionali?

Il primo elemento che il consumatore nota scegliendo il nostro prodotto è l’assenza di accumuli di grasso nella zona ventrale: un segnale evidente di un pesce che ha nuotato, si è mosso e ha sviluppato una muscolatura compatta e naturale. Questo aspetto è immediatamente percepibile anche visivamente e diventa un chiaro indicatore di qualità.

A questo si aggiunge il gusto, che rimane impresso perché distinto e autentico. Trattandosi di un pesce che vive in mare aperto, il profilo organolettico è più vicino a quello del pescato, offrendo un’esperienza sensoriale più intensa e riconoscibile rispetto alle alternative convenzionali.

Se doveste riassumere “InMare” in tre parole, quali scegliereste e perché?

Mare, passione e coraggio…tanto coraggio!

Dove vede l’azienda “Inmare” tra 5 anni e quali obiettivi si è data?

Nei prossimi cinque anni immaginiamo “Inmare” come un’azienda sempre più specializzata e riconosciuta per la qualità del proprio lavoro. L’obiettivo è continuare a migliorare il prodotto, sia dal punto di vista qualitativo sia organolettico, rafforzandone l’identità e il posizionamento sul mercato.

Parallelamente, l’azienda punta a incrementare la capacità di creare valore aggiunto attraverso attività di lavorazione e trasformazione, ampliando l’offerta e rispondendo in modo sempre più mirato alle esigenze del mercato.

Le parole di Aldo e la storia di InMare racconta molto più di un’esperienza imprenditoriale di successo: è il racconto di una scelta controcorrente, fatta di visione, pazienza e coraggio, in un settore complesso e spesso sottovalutato. In un contesto in cui l’acquacoltura è chiamata a confrontarsi con sfide ambientali, competitive e culturali sempre più stringenti, InMare dimostra che è possibile costruire valore puntando su qualità, trasparenza e rispetto del mare come ecosistema vivo.

Il percorso dei fratelli Reho rappresenta un modello virtuoso di acquacoltura moderna, capace di coniugare innovazione, responsabilità e legame con il territorio. Un esempio concreto di come il futuro della filiera ittica italiana possa passare anche da realtà che scelgono il mare aperto non come scorciatoia produttiva, ma come scelta consapevole e identitaria. La rete de L’Amo è orgogliosa di poter raccontare la realtà dell’azienda InMare, riconoscendone il valore umano, imprenditoriale e produttivo e considerandola un esempio autentico di quell’acquacoltura italiana di qualità che il progetto intende valorizzare e promuovere.

inmare

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